Postato il Febbraio 23, 2012.
Taggato con Dead set, .

Dead set

Sedetevi al buio, alzate il volume al massimo e godetevi due ore di spasmodico massacro.

Durante la puntata finale della milionesima edizione del Big Brother inglese si diffonde un’epidemia che trasforma i morti in cannibali rabbiosi.

La casa dello spettacolo, da oggetto di voyeurismo morboso, diventa un occhio sul mondo prossimo a spegnersi nel sangue e unico luogo di transitoria salvezza dai fan dei partecipanti che bramano, come già in vita, di nutrirsi della vita dei loro idoli.

E mentre i telegiornali di tutto il mondo trasmettono bollettini di guerriglia, che non interessano a nessuno, al ritmo della peggior musica pop i cancelli dello studio vengono sfondati ed inizia l’assedio.

“Dead set” è una miniserie di 5 puntate di grande efficacia, dure e brevi come un pugno nello stomaco, caratterizzate da una satira leggibilissima ed attuale e, per la gioia degli horror-maniaci, da un’overdose di adrenalina e da un groviglio di budella e corpi smembrati che supera ogni limite per ciò che fin’ora si sia mai visto in televisione (e, duole dirlo, persino nei recenti film di Romero).

Come avvisa la voce che presenta ogni puntata, il linguaggio è molto forte e alcune scene sono davvero disturbanti, disinibite nell’esibizione della violenza e sempre ad altissima tensione.

E’ uno spettacolo spesso snervante, tra fughe, isterismi di gruppo, assalti improvvisi, della durata giusta per non scadere nel ripetitivo e senza che siano disperse le opportunità che può offrire una storia corale.

Così la caratterizzazione dei personaggi, anche se in alcuni casi è stereotipata (come del resto lo sono i criteri di selezione dei partecipanti del Grande Fratello, dipinti come veri idioti del nuovo millennio), diventa funzionale agli snodi narrativi che ci trascinano, senza un attimo di pausa, verso il grand-guignol finale (15 gloriosi minuti di apocalisse splatter).

Ripreso con mano sicura grazie ad una telecamera a mano mai pudica nel mostrare l’orrore, assolutamente in linea con la lezione impartita da Danny Boyle in “28 giorni dopo”, ma memore degli estremi tanatologici raggiunti da Romero nei suoi primi film, mescola un ritmo forsennato all’efferatezza spinta; inoltre rinuncia ad offrire appigli di speranza fin dall’inizio e sostituisce l’ironia con satira grezza, diretta, impietosa, di cui si fanno portavoce il partecipante nerd e intellettualoide (vero concentrato di miseria umana odiato da tutti) e il produttore dello spettacolo, un lucido psicopatico, talmente cinico da spolpare di persona i cadaveri per usarli come esche, unico ad avere cognizione dell’essenza del suo show e pieno di disgusto per i concorrenti (persone senz’arte né parte affamati di cuori da conquistare prima di subire un meritato contrappasso).

I partecipanti sembrano quasi osservare quello che hanno creato, gli zombie sono asserragliati intorno al loro nuovo luogo di culto aspettando di ricevere il loro pezzo di carne, il loro brandello di fama.

Ormai destituitosi da solo dal ruolo di sociologo che trasforma gli zombie in metafore sempre utili per ogni epoca, pur sotto diverse spoglie, Romero viene preceduto nelle intenzioni, scavalcato sul piano della carneficina morale.

Ciò che infatti trapela in modo quasi urlato dalla serie è la cattiveria di cui è intrisa, che spesso sconfina nel disprezzo senza sconti, verso la pornografia dei reality e la rincorsa alla fama facile e senza meriti.

Una sorta di vendetta che, paradossalmente, vede tra i protagonisti anche passati concorrenti di Big Brother e che risulta essere prodotta da una compagnia della Endemol.